PER UNA DEMOCRAZIA RADICALE, È IL NO AD ESSERE COSTITUENTE

La grande crisi economica che da ormai quasi un decennio sta impoverendo il nostro Paese e l’Europa ha rappresentato, in quanto crisi strutturale relativa alle forme di finanziarizzazione dell’economia, una grande occasione di ristrutturazione dei sistemi di governo e di controllo della società all’interno del nostro continente. Grazie ad un’inversione logica tra la causa, un continuo indebitamento degli Stati e delle istituzioni bancarie all’interno di un perverso meccanismo finanziario che ha contribuito ad accentrare le ricchezze nelle mani di pochi, e la conseguenza, un progressivo impoverimento della popolazione, si è riusciti ad addossare la responsabilità della crisi alla spesa pubblica e quindi ai sistemi di welfare e ai costi della democrazia figli del compromesso tra capitale e lavoro frutto di un secolo di lotte, mobilitazioni e protagonismo popolare.

Il dogma dell’austerity ha rappresentato lo strumento con cui negli ultimi 5 anni si sono smantellati i diritti sociali e i processi democratici in Europa. La “terapia dello shock” ha permesso in soli pochi anni di mettere integralmente in discussione il nostro sistema politico e sociale: una messa in discussione agita dall’alto, da quell’ 1% che sta portando una vera e propria guerra nei confronti del restante 99% della popolazione.

I governi tecnici, le larghe intese, le procedure parlamentarijpmorgan-results_1 del governo fondate sull’utilizzo continuo di decreti legge e voti di fiducia – così come i rapporti della BCE o delle agenzie di rating – sono stati gli strumenti con i quali si è progressivamente dissolto lo spazio democratico nel nostro paese affermando la ristrutturazione neo-liberista dello Stato come unica soluzione possibile per l’uscita dalla crisi. Il Governo Renzi, da questo punto di vista, rappresenta la chiusura di un ciclo commissariale del nostro Paese attraverso un governo pienamente politico che persegue un programma di ristrutturazione dettato dagli interessi economico-finanziari e dalle lobby industriali e bancarie: emblematico in questo senso il rapporto della JP Morgan che ha preteso (e ottenuto) un processo di revisione delle costituzioni nate in condizioni storiche in cui il peso della pressione popolare e delle lotte sociali è stato considerato eccessivo in quanto ostacolo al profitto dei capitali economici internazionali.

Intendiamoci, per noi lottare per la democrazia non significa rivendicare unicamente una democratizzazione formale dello Stato e delle sue istituzioni, significa pensare e rivendicare una piena democratizzazione del nostro paese e della nostra società. Vuol dire costruire le condizioni per un necessario ribaltamento dei rapporti di forza esistenti, individuare le modalità per ampliare le possibilità per il popolo di incidere, dal livello locale al livello nazionale, sulla propria vita e su quella dei propri territori.

La riforma costituzionale che verrà sottoposta ad ottobre al referendum popolare rappresenta il sigillo conclusivo delle politiche degli ultimi anni. Se la democrazia non è solo istituzionale essa è stata messa in discussione in primo luogo con le norme di bilancio e i patti di stabilità, con l’esproprio dei nostri territori e della tutela delle nostre vite contenuto nello Sblocca Italia e nelle sua gestione autoritaria degli enti locali, con il processo di riforma e aziendalizzazione della “Buona Scuola”, con un accelerazione nel processo di frammentazione del mondo del lavoro e la sua definitiva precarizzazione tramite le nuove forme contrattuali contenute nel Jobs Act. Una serie di provvedimenti i cui primi frutti che oggi possiamo analizzare dimostrano chiaramente gli interessi ai quali risponde l’operato di questo esecutivo: forme avanzate di un nuovo sfruttamento delle vite e dei territori, che si palesano nella crescita esponenziale dell’utilizzo dei voucher, così come nelle tante esperienze di alternanza scuola/lavoro dove i giovani si trovano ad essere semplice manodopera a bassissimo costo nelle mani delle imprese.

pisa-29-aprileNegli iter di queste riforme il governo ha continuamente mostrato il suo lato autoritario, la sua gestione plebiscitaria dei media e del parlamento e soprattutto il suo ruolo di gendarme dell’aziendalizzazione del Paese, della messa in vendita dei nostri diritti e della società. Particolare rilievo, in questo senso, va dato all’attacco costruito dal governo contro i corpi intermedi (“Gufi” o “Palude”) e contro le forme diffuse di dissenso (“comitatini”, “minoranze che vogliono bloccare il Paese”) che in ogni sistema democratico rappresentano il fulcro su cui si costruiscono e si esplicitano la volontà collettiva, le condizioni di bisogno e di aspettativa del popolo.

La ristrutturazione neoliberista del paese non si è fermata neanche davanti alle piccole forme di resistenza maturate nei governi delle città e dei territori, pure quando queste maturano, seppur strumentalmente, da pezzi dello stesso Partito Democratico, come dimostra il caso emblematico del referendum sulle trivellazioni in mare dello scorso aprile. La nuova necessità di accentramento dei luoghi decisionali nelle mani del governo, fondamentale all’adempimento dei diktat dei mercati finanziari a livello sovranazionale, non può concepire anomalie e differenze.

La gestione commissariale della città di Roma – con i tagli ai servizi sociali, sgomberi e smantellamento degli spazi di partecipazione e aggregazione – così come l’attacco frontale di Renzi contro l’anomalia napoletana fondata sulla mobilitazione e l’organizzazione popolare all’interno dello spazio aperto dal populismo di sinistra di De Magistris (per citare solo due esempi emblematici), rappresentano le due facce della medaglia con cui il processo di trasformazione neo-liberista prova ad imporre le proprie scelte scellerate su tutto il piano nazionale, mostrando il vero volto dell’autoritarismo del nostro paese. Una gestione proprietaria del potere che non concepisce alternative, non accetta differenze, che impone una visione ideologica della società fondata sul mito del mercato e sulla solitudine degli individui in un mondo forzatamente in competizione a cui tutti si devono adeguare. Ogni resistenza ed ogni alternativa deve essere esclusa dal dibattito pubblico e silenziata in sempre nuove campane di vetro, si utilizza il governo centrale per rallentare o bloccare i processi trasformativi territoriali, e laddove le mobilitazioni territoriali provano a spingere nella direzione di un cambiamento reale e in opposizione alle politiche del governo interviene in maniera sempre più dura lo strumento repressivo concentrato nelle mani di commissari e prefetti, diretti da Alfano e il suo partito, tassello ormai fondamentale, insieme all’ “Ala” di Verdini, del progetto di Partito della Nazione.

La riforma costituzionale, mascherata dietro la renzi siretorica della riduzione dei costi e dei posti occupati dalla casta, nasconde in realtà un presidenzialismo di fatto in cui il partito di maggioranza relativa (anche grazie al combinato disposto con la legge elettorale) può occupare tutti i luoghi di governo del paese attraverso il controllo dell’unica camera realmente legiferante. La finta sparizione del Senato non solo non ridurrà i costi, ma produrrà un iter legislativo poco chiaro con la continua possibilità di esercitare dei conflitti di attribuzione grazie ad una riforma che, attraverso una formulazione approssimativa in termini sia giuridici che politici, lascia grossi spazi di ambiguità.

L’unica cosa certa è che il governo avrà la possibilità di imporre le proprie proposte di legge, in tempi brevi, all’interno di una sola camera in cui sarà garantita la possibilità di avere una maggioranza schiacciante. Risulta evidente come questo ridurrà enormemente gli spazi di controllo democratico sull’azione del governo da parte dei corpi sociali e della popolazione, marginalizzata in un rapporto di totale subalternità rispetto ad un sistema politico egemonizzato dagli interessi dei pochi.

Infine la riforma del titolo V della costituzione, con un nuovo accentramento dei poteri nelle mani dello Stato, sigilla nelle garanzie costituzionali, così come è stato fatto con il pareggio di bilancio, la necessità da parte del sistema economico-finanziario di un governo centrale che non trovi ostacoli negli interessi della popolazione che si presume debba rappresentare. Il profitto prima di tutto, prima della possibilità di discussione democratica e del controllo dal basso: sembra questo il nuovo principio cardine della carta costituzionale che il governo Renzi ci vuole imporre.

Noi sentiamo la necessità di agire e costruire in direzione ostinata e contraria rispetto a questo governo: una direzione che parli di controllo popolare, di potere dal basso, di democratizzazione dei rapporti sociali oltre che di quelli politici, un’opzione che nel sistema di governo istituzionale riconosca e dia valore alle tante esperienze di autogoverno dei territori e delle città, che abbiamo voluto sintetizzare nello scorso anno all’interno dello slogan “vogliamo potere!”. Quella che vogliamo praticare è un’idea di democrazia radicale che dal basso dei nostri territori e delle nostre vite possa mettere in discussione il processo di espropriazione del potere decisionale.

Lo stesso governo ha deciso di trasformare questo referendum in un plebiscito sulla sua azione. Una scelta coerente con i processi autoritari messi in campo in questi anni, una decisione necessaria a nascondere il senso vero della riforma costituzionale per incentrare il dibattito sulla figura del premier. Così come sul referendum del 17 aprile, dove in 13 milioni hanno espresso il loro dissenso contro i piani energetici del governo (fermati solamente dal non raggiungimento del quorum, non più necessario per il referendum di ottobre), l’atteggiamento del governo rifiuta la possibilità di un confronto reale a favore invece di una continua fuga, dell’imposizione, dell’uso autoritario della legge, del dislocamento dei temi sull’asse binario like/dislike grazie alla forza dei media e delle lobby che rappresenta.

Non possiamo confidare nella nostra capacità di spostare radicalmente il piano del discorso rispetto ad un dibattito pubblico egemonizzato e governato dal premier e dal suo esecutivo. Se è fondamentale essere in grado di svelare ciò che si cela dietro la retorica renziana sulla riforma, la trasformazione del referendum in ottica plebiscitaria può rappresentare un’occasione da cogliere, nei termini di uno spazio di convergenza possibile, se correlata al contesto generale, laddove nella società esistono oggi segmenti di antagonismo, in alcuni casi prepolitico, alla figura stessa del premier: nella marginalità sociale, nelle forme diffuse e frammentate di attivazione e di movimento esistenti.

La tornata di amministrative appena affrontata dimostra, insieme al dato crescente di astensionismo, che all’interno dei nostri contesti urbani, in particolare quelli metropolitani, cresce un sentimento di rifiuto nei confronti dello status quo, che si è espresso in maniera diversa nelle varie città, ma determinando in generale un arretramento del progetto di governo sul piano locale.
Mobilitazioni popolari, processi democratici dal basso che nel vuoto della crisi dei corpi sociali e politici sono stati in grado di costruire nuova soggettivazione e nuova politicizzazione nel paese: i percorsi referendari della primavera dei diritti, le tante vertenze sui luoghi di lavoro, le mobilitazioni per la garanzia di un reddito e la conquista di nuovi diritti del lavoro, le lotte per una scuola e un’università gratuite e per un sapere accessibile universalmente, i movimenti per il diritto all’abitare, per l’acqua pubblica, per il diritto alla salute, per il diritto alla mobilità e contro le grandi opere inutili e dannose, per un’accoglienza degna e per affermare il diritto universale al movimento al grido di “nessuno è clandestino o tutti siamo clandestini”; le lotte contro lo smantellamento del welfare e in difesa dei nostri territori e del nostro mare, quelle per una nuova democrazia dal basso, per un nuovo diritto alla città.

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In tutte queste battaglie migliaia di persone si sono mobilitate per affermare una nuova idea di democrazia e di dignità della vita, migliaia di persone che oggi hanno la necessità materiale di incontrarsi, di incrociare le proprie idee e le proprie battaglie insieme alle loro braccia.

La fase ci impone la necessità di un rilancio radicale delle mobilitazioni, della costruzione di un terreno collettivo in cui tutti possano costruire il protagonismo delle proprie lotte e valorizzarlo attraverso la contaminazione e l’amplificazione reciproca: questo non può che essere quello di una rivendicazione materiale di una democratizzazione reale della società e delle istituzioni, di una restituzione di potere e ricchezza al popolo contro le diseguaglianze economico-sociali e politiche amplificatesi negli ultimi anni.

Rivendicare e praticare insieme una nuova democrazia – nelle piazze, nei luoghi di lavoro, nelle scuole e nelle università, nei nostri spazi, sia nelle città così come nelle campagne – è sempre più necessario per riattivare il tessuto sociale del paese, politicizzarlo e metterlo in movimento rompendo l’isolamento impostoci dalla precarietà e dalla povertà dilagante per pretendere l’esigibilità e l’estensione dei nostri diritti, della necessità di un miglioramento collettivo delle nostre condizioni materiali, della socializzazione della ricchezza e del soddisfacimento dei bisogni individuali e collettivi. E’ evidente come questo piano di riforma dell’assetto istituzionale andrà ad incidere direttamente su tutti i nostri campi di azione. Allo stesso tempo la sfida che ci vogliamo porre non può vivere limitata su un piano piuttosto che sull’altro: non è il tempo di definire i recinti all’interno dei quali muoverci, ma piuttosto quello di praticare con forza un ribaltamento dei rapporti di forza necessario a travolgere le istituzioni trasformandole in senso popolare e democratico.

E’ questa la sfida che ci attende verso e oltre il referendum di ottobre: per affrontarla crediamo sia necessario assumere quello che oggi è il ritardo nella costruzione dei processi di organizzazione e convergenza delle mobilitazioni nel nostro paese, per interrogarci su come produrre questo scatto collettivo. Ottobre rappresenta una finestra di cambiamento, un evento storico che come un crinale può avere una ricaduta materiale da un lato o dall’altro delle vette di sfruttamento raggiunte dal sistema economico e sociale attuale: da un lato il completo smantellamento dei diritti e della democrazia, l’affermazione del potere dell’economia e dello sfruttamento sulle nostre vite; dall’altro una nuova possibilità democratica, un nuovo corso in grado di invertire il senso della trasformazione autoritaria del nostro Paese e del nostro continente e di aprire una nuova stagione di democrazia popolare, di politicizzazione diffusa, di distribuzione orizzontale del potere, di riappropriazione dei nostri diritti, del controllo sulle nostre vite e sui nostri territori.

E’ necessario secondo noi incontrarsi, tra tanti e diversi che hanno animato le lotte di questi anni, confrontarsi e produrre un discorso comune che sia in grado a partire dai territori, dalla quotidianità, di irrompere nel dibattito e contaminare i comitati che si stanno costituendo a livello locale, di aprire un terreno di confronto ed organizzazione che possa immediatamente caratterizzarsi tramite la sperimentazione di spazi di democrazia reale e diffusa.

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Un campo che in forma diffusa si apra , che trovi i suoi punti comuni in un disegno nazionale di trasformazione democratica del paese, che si confronti e si misuri sulla necessità di sperimentare nuove pratiche che escano dalla logica dell’evento per incardinarsi sul piano della continuità e della costruzione progressiva di forme di conflitto ampie ed espansive che si facciano attraversare dalle molteplici forme di attivismo e da segmenti di marginalità sociale che oggi non si ritrovano all’interno di spazi collettivi di partecipazione. Un’attivazione generale che lasci al piano pubblico, di piazza, gli elementi programmatici, politici e mobilitativi: un processo di cui vanno costruite le condizioni iniziali senza la pretesa di determinarne sbocchi e definizioni future, che a partire dall’obiettivo della vittoria del dissenso al potere, di un NO ricostituente, possa allungarsi e dilungarsi in un potenziamento delle lotte e delle esperienze di democrazia popolare.

Abbiamo bisogno di fare un passo indietro rispetto alle soggettività e le identità individuali per farne tanti altri avanti insieme rispetto ad una nuova composizione della mobilitazione generale nel paese: un processo non proprietario ma che abbia l’ambizione di ristrutturare le forme della mobilitazione, dell’organizzazione sociale, dell’espressione politica dei bisogni e delle aspettative di milioni di persone impoverite e messe ai margini dalla ristrutturazione neo-liberista.

Assumiamo il ritardo di questi mesi, apriamo un dibattito pubblico ma aperto, approfittiamo delle numerose occasioni di confronto che abitualmente organizziamo nei mesi estivi per incontrarci ed organizzarci. Prepariamoci ad una nuova stagione di mobilitazione, ad una rinnovata fase di protagonismo popolare in grado di costruire le ricchezze del possibile nelle miserie del presente.

Pubblicato il 9 giugno 2016 da Rete della Conoscenza

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